Gli Ovazza e il ’38, i filmati prima dell’infamia

A quarant’anni dalla scomparsa di Vittorio Ovazza e in occasione degli ottant’anni delle leggi razziste, il Museo Nazionale del Cinema di Torino ha organizzato la proiezione di “La famiglia Ovazza. Una famiglia ebrea italiana e le leggi razziali”, patrocinata dalla Fondazione CDEC, dalla Comunità ebraica di Torino, dal Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah e dal Centro Primo Levi di New York.

Un montaggio di più film in 16 mm ritrovati in un vecchio armadio di famiglia, che ritraggono frammenti di vita quotidiana degli Ovazza prima del 1938. Riportano immagini di una vita serena, dove non c’è traccia della difficoltà dei tempi e delle terribili tragedie a cui ben presto molti dei membri della famiglia e della Comunità andranno incontro.

Il “regista” amatoriale è Vittorio Ovazza, autore anche delle musiche da lui composte e oggi diventate la colonna sonora del corto. Bambini che corrono in bicicletta, le diverse generazioni di nipoti che giocano in giardino, le donne di casa che camminano tra i filari. Quasi tutte scene all’aperto che catturano attimi di vita, espressioni dei volti, gesti e allo stesso tempo restituiscono fermi immagine della Torino degli anni Trenta. Il fiume Po, alcune piazze, per poi spostarsi nei luoghi di villeggiatura, dove si alternano scene di escursioni in montagna con riprese del lungomare ligure, fino ad immortalare il viaggio che alcuni componenti della famiglia fecero in Libia, di cui rimangono scorci di mercati e volti.

In apertura un breve intervento dell’Assessore al commercio del Comune di Torino, Alberto Sacco. A seguire gli interventi di tre discendenti della famiglia Ovazza, Alain Elkann, Ernesto Ovazza e Giorgio Barba Navaretti . Poi la parola a Dario Disegni, presidente della Comunità ebraica di Torino.

Onere e onore di essere l’ultimo Ovazza, commenta Ernesto. Una famiglia la sua che dal trisnonno Vitta conta ben sette generazioni che hanno attraversato due secoli di storia e che dal Risorgimento giungono al contemporaneo. “Un’occasione, questa della proiezione”, commenta Giorgio Barba Navaretti, “per raccontare la storia della nostra famiglia in un modo diverso da come è stata raccontata, cercando di andare oltre la drammatica vicenda di Ettore Evazza”. “Sono i filmati stessi a raccontare una storia di normalità prima di essere interrotta dalla guerra”. È poi Alain Elkann a sottolineare il legame imprescindibile della famiglia con la città di Torino: due i luoghi simbolo, l’edificio di Piazza Carlina, dove Vitta Ovazza fondò l’omonima Banca, e la Villa Ovazza nelle colline torinesi, tutt’ora di proprietà.

A sottolineare l’importanza dei documenti e del loro recupero è Dario Disegni: “I filmati restaurati dalla famiglia Ovazza sono a tutti gli effetti un primo passo in questa direzione”.

Infine una tavola rotonda per approfondire il ruolo sociale ed economico della famiglia Ovazza nei primi anni del Novecento, coordinata dal direttore de La Stampa Maurizio Molinari. Ad alternarsi gli interventi del degli storici Alberto Cavaglion, Marco Molteni e Michele Sarfatti, incalzati dalle domande del direttore Molinari.

A Molteni il compito di inquadrare il contesto storico-giuridico e ripercorre la vicenda della Ditta Bancaria Vitta Ovazza dalle origini, 1866, alla sua cessione a seguito delle Leggi razziste, 1939. Data che segna un punto di non ritorno, un cambio di prospettiva, commenta Michele Sarfatti: da ebrei integrati e assimilati e quindi soggetti della storia, a ebrei “oggetti” della storia scritta da altri. Un’assimilazione iniziata con l’apertura dei ghetti, che poi ha trovato un ostacolo meno di un secolo dopo. “È assolutamente necessario analizzare gli elementi che hanno portato al fallimento del progetto di integrazione”, afferma in chiusura Alberto Cavaglion. “Un processo di studio che per essere efficiente ed efficace deve essere effetuato lungo lo sviluppo secolare della storia e non puntuale”.

Alice Fubini

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